Non puoi non amarmi, io vivo per te

scritto da Giovanna Rezzoagli

Può essere l’amore una preziosa merce di scambio? Per molte persone è proprio questo, o poco più. Naturalmente non si tratta di un sentimento sinceramente vissuto, ma solo di una delle tante mistificazioni con le quali mascheriamo noi stessi ed i reali fondamenti su cui costruiamo i nostri rapporti con gli altri.

Eric Berne, psichiatra e psicoterapeuta statunitense, fondando l’indirizzo terapeutico denominato “Analisi Transazionale” ha definito i rapporti che si creano tra gli individui, chiamando i modelli comportamentali semplicemente giochi. La teoria dei giochi di Berne sostiene che durante i primi anni di vita un soggetto apprende quelle modalità di interazione con gli adulti, in primis con la madre, che poi tenderà a riproporre durante tutta la propria vita nei rapporti interpersonali. Partendo dal presupposto che ciascuno di noi sperimenta una fame di riconoscimento (ovvero il bisogno di essere considerati da chi ci circonda) continua, tanto più intensa quanto sia stata frustrata nella prima infanzia, Berne sostiene che l’uomo è alla ricerca continua di carezze. Carezze fisiche durante la primissima infanzia, carezze in senso traslato per il resto della vita. Genitori (o care givers) amorevoli e presenti pur non essendo asfissianti nei confronti del proprio bambino, aiutano moltissimo a creare buoni presupposti per il futuro equilibrio psichico dell’adulto che diventerà.

Vi sono però piccoli che imparano ben presto che per ricevere cure ed attenzioni dai genitori devono comportarsi da “bravi bambini”. Il bisogno di essere accudito viene soddisfatto “a patto che”, ed allora molti bambini imparano ad accondiscendere le richieste degli adulti soffocando le loro esigenze. Frasi come “Da bravo mangia tutto quello che hai nel piatto, altrimenti mamma non ti vuole più bene”, oppure come “Se non mangi tutto vuol dire che non vuoi bene alla mamma”, o ancora “Se ti comporti bene ti compro il giornalino” diventano molto pericolose. Il bambino impara a dare per ricevere, introiettando nel contempo un senso di inferiorità da cui difficilmente riuscirà ad affrancarsi crescendo. Si genera spesso anche un’altra subdola dinamica, che si può esemplificare con: “ Se io faccio quello che vuoi, tu non puoi non riconoscermi”. In età adulta questo castello di carte è destinato a crollare con esiti spesso drammatici. Limitarsi, a volte sino ad annullarsi, nelle proprie esigenze pur di compiacere chi ci vive accanto crea una forte dipendenza psicologica nei confronti dell’Altro in generale. E allora ecco dipendenti fantozzianamente zerbino dei loro superiori, mogli o mariti che subiscono umiliazioni e maltrattamenti pur di non vedere venir meno il loro legame, figli che non tagliano il cordone ombelicale psicologico con la famiglia di origine. Sino al punto di rottura, generalmente costituito da un’interruzione sia essa forzosa o volontaria, del legame di dipendenza. Scatta la rabbia nella persona che subisce il “taglio”, perché essa non ha gli strumenti per fronteggiare l’evento. Nei rapporti che crede essere di amore, ma che più verosimilmente saranno di dipendenza e di sudditanza, non trova spazio l’ipotesi del rifiuto, perche essa si è sempre “comportata bene” e “ha dato tutto”. Ha vissuto per gli altri, per ricevere la considerazione di cui aveva bisogno vitale. Ma l’amore, qualunque sia la sua espressione, è basato sul dare incondizionato. Le forme inquinate di amore sono spesso costituite da egoismo mascherato, perché si può ricevere amore ma non si deve pretenderlo.  

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