L'uomo: creatura in bilico

scritto da Giovanna Rezzoagli

Il male è il termine correlativo a bene, configurato dalla tradizione mitologica e filosofica in due diverse accezioni:

a) come non-essere del bene;
b) come principio antitetico al bene, fornito di una propria realtà o spessore ontologico.

E’ anche un termine  il cui significato razionale è relativo all’epoca ed alla cultura di riferimento. A livello di comprensione emotiva è invece prontamente codificato in significati condivisi, in soggetti non affetti da patologie psichiatriche. In termini molto pragmatici e non troppo tecnici significa che ognuno di noi è in grado di avere una comprensione di ciò che è bene e di ciò che è male, a condizione di non soffrire a causa di patologie che comportino un distacco dalla realtà oggettivabile. La comprensione non determina però l’adesione ad un precetto di bene o di male. Le spinte motivazionali che stanno alla base del comportamento umano possono costituire un parametro deterministico nelle “scelte” di vita. Un gelido esempio di quest’affermazione è dato dalla condotta altruistica: essa può essere la sincera promozione della cura degli altri, sino al sacrificio della propria persona; può essere, all’opposto, un disonesto (primariamente nei confronti di se stessi) tentativo di ottenere approvazione sociale, atta a lenire conflittualità di tipo narcisistico. Latané e Darley hanno studiato questo aspetto, molto più comune di ciò che i buonisti come la sottoscritta siano razionalmente disposti ad accettare, arrivando a definire il cosiddetto “effetto del passante”, dimostrando che gli atti di benevolenza compiuti di fronte ad altri sono molto più frequenti rispetto a quelli compiuti quando non si è osservati. Ma perché si sceglie il “male”? Perché si determina il “male” per se stessi o per gli altri? L’essere umano non può essere sbattuto su di una lavagna e spiegato in termini scientifici, per cui non può esistere una risposta assolutistica a queste domande. L’ambivalenza tra “male” e “bene” può assumere svariate sfumature. Ogni persona possiede il proprio mondo interiore, forgiato da componenti genetiche, sociali e comportamentali. Il Counselor non giudica mai il proprio Cliente, sforzandosi di gestire il controtransfert anche in condizioni di forte coinvolgimento emotivo. Ogni Cliente, nella propria unicità , può, attraverso la relazione di aiuto, aumentare la consapevolezza di se stesso. Ogni Counselor, nella propria unicità, può, attraverso la relazione di aiuto, arricchire la propria professionalità. 

0 commenti