Le emozioni del Counselor

scritto da Giovanna Rezzoagli

Il Counselor è colui che svolge la funzione di supportare ed orientare persone che affrontino situazioni di particolare difficoltà, siano esse riconducibili a problematiche di carattere individuale che di relazione sociale. Per espletare compiutamente la sua delicata professione, il Counselor utilizza uno strumento molto particolare: se stesso. Il rapporto con il proprio cliente viene ad essere modulato su di uno scambio vicendevole  e continuo di messaggi, di significati condivisi, ma anche di emozioni. Il Cliente ha tante emozioni da esprimere, vive situazioni di disagio e/o di conflitto interiore che, pur non assumendo connotati patologici, ingenerano grandi sofferenze. Colui che si rivolge al Counselor è alla ricerca di una figura professionale con cui relazionarsi a livello frontale, che sia in grado di ascoltare senza giudicare, di accettare in modo incondizionato la persona che ha di fronte, di strutturare la relazione di aiuto sull’empatia emozionale. Una donna o un uomo che si rivolge al Counselor non cerca diagnosi, ma aiuto. Il Counselor ha la delicata funzione di maieutica; partendo dal presupposto che le problematiche del Cliente contengano, occultata, la soluzione stessa che deve emergere da una disamina ed una scelta consapevole. In tale accezione la trasposizione italiana di “Counselor” come “Consigliere” è del tutto inadeguata. Ma anche il Counselor è un essere umano, prova emozioni come tutti nella vita, prova emozioni anche molto intense durante il colloquio col suo Cliente, è normale. Ciò che distingue il Counselor è la capacità di gestire le proprie emozioni nella fase di interazione professionale. I rischi di manifestare, anche involontariamente, eccessivo coinvolgimento o, al contrario, eccessivo distacco di fronte alle problematiche del Cliente sono concreti. Ogni Counselor possiede un suo proprio modo di relazionarsi, è la sua vera ricchezza e, nel contempo, il parametro da monitorare con attenzione. In questo primo foglio di Counseling, desidero proporre un articolo di cui sono autrice, per comunicare a chi leggerà un’emozione che, spero, possa imprimere una suggestione positiva e costituire nel contempo un piccolo istante di riflessione.

La felicità, l’emozione che colora la vita.

La felicità è, molto probabilmente, l’emozione più fugace che ci sia. E’ sicuramente tra le più intense, quella che colora la vita. Ma la felicità cosa è? Ognuno ha la sua risposta dentro il cuore, ma spesso ha dimenticato di possederla. Filosofi, poeti, musicisti, cantanti la hanno celebrata per la sua potenza o dileggiata per il suo essere effimera. Anche la scienza si è prodigata per spiegare razionalmente questo fenomeno psichico. Come tutte le emozioni, anche la felicità viene percepita attraverso le strutture encefaliche che costituiscono il cosiddetto “Sistema limbico”, per poi essere trasmessa e mediata dalla corteccia cerebrale. La trasmissione degli impulsi nervosi da neurone a neurone avviene attraverso numerose sostanze chimiche chiamate neurotrasmettitori. Le endorfine sono i messaggeri chimici liberati dal nostro sistema nervoso centrale quando il nostro organismo si trova in una condizione psicofisica di benessere o, all’opposto, quando è necessario aumentare rapidamente la soglia di percezione del dolore e di resistenza ad eventi stressogeni. Il rilascio delle endorfine in circolo avviene in particolari circostanze tra le quali un ruolo particolare è svolto dall'attività fisica. Un aumento della concentrazione plasmatica di queste sostanze si verifica anche durante terapie analgesiche come l'agopuntura e l'elettrostimolazione. Il coinvolgimento delle endorfine nel controllo delle attività nervose è stato a lungo studiato ed il ruolo di queste sostanze per certi aspetti non è ancora stato completamente chiarito. L'aspetto più affascinante ed interessante delle endorfine risiede nella loro capacità di regolare l'umore. Durante situazioni particolarmente stressanti il nostro organismo cerca di difendersi rilasciando endorfine che da un lato aiutano a sopportare meglio il dolore e dall'altro influiscono positivamente sullo stato d’animo. Le endorfine hanno dunque la capacità di regalarci piacere, gratificazione e felicità aiutandoci a sopportare meglio lo stress. L'interazione di queste sostanze con altri ormoni e neurotrasmettitori secondo le più recenti scoperte starebbe alla base di numerosi aspetti della sfera psicologica e sessuale dell'uomo. Studiando le concentrazioni plasmatiche di queste sostanze in particolari situazioni (tradimenti, maternità, amore, sesso, infatuazione ecc.) si è infatti scoperto che esiste una forte correlazione tra le suddette situazioni e la quantità di endorfine ed altre sostanze presente nel sangue. Le endorfine possiedono proprietà analgesiche e fisiologiche molto simili a quelle dell’oppio e dei suoi derivati. La dipendenza da alcune droghe, come l'eroina, si spiega proprio nell'inibizione della produzione endogena di endorfine. All'interno del nostro organismo l'eroina si sostituisce infatti al ruolo naturale di queste sostanze inibendone la produzione. Quando si sospende l'assunzione di questa micidiale droga, i livelli plasmatici di endorfine sono estremamente bassi e ciò si correla al senso di stanchezza, insoddisfazione e malessere generale che porta il drogato a ricercare una nuova dose. Ma la felicità è pertanto un fenomeno fisiologico? La risposta certa non esiste. Oggi certamente sappiamo cosa accade in un organismo quando si genera questa emozione, ma cosa genera la felicità? La risposta è quanto mai soggettiva. Arthur Schopenhauer ha scritto: “Dei giorni felici della nostra vita ci accorgiamo solo quando ormai hanno lasciato il posto a giorni infelici”. Questo pensiero sottolinea la fugacità che accompagna la felicità. Bene effimero e ricercato, prezioso e rarissimo, la felicità è l’attimo che ti sfiora e fugge, che ti dona senso alla vita e ti devasta nel profondo. Un antico proverbio orientale recita: “ Se il  tuo lume brilla più degli altri siine felice, ma non spegnere mai il lume degli altri per far brillare il tuo”. Io credo intensamente che nessun colore dovrebbe risaltare perché quelli accanto sono sbiaditi, ma che ogni colore possa brillare perché  vicino ad un altro  che lo  illumini.

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