Credo di amarti, ma in realtà ti odio.

scritto da Giovanna Rezzoagli

In semeiotica psichiatrica la dissociazione affettiva si colloca nell’ambito dei disturbi dell’affettività, come l’ ambivalenza affettiva trattata nell’articolo “Ti amo, ti odio, anzi no, ti odio e ti amo…”, pubblicato su Dentro Salerno lo scorso 30 novembre. Si definisce “dissociazione affettiva” la condizione psicopatologica per la quale si evidenzia in un soggetto la mancanza di legami affettivi ed emozionali definibili normali in condizioni valutabili oggettivamente. Una definizione molto tecnica che necessita di una esemplificazione concreta. Pur essendo i legami affettivi ed emozionali una componente soggettiva del mondo interiore di una persona, esistono manifestazioni degli stessi che, in alcuni casi, possono apparire non congruenti e coerenti a livello il più possibile oggettivo. E’ il caso di una donna che subisce maltrattamenti dal proprio compagno, sia esso fidanzato o marito, ma ciononostante non riesce a sciogliere i vincoli affettivi che la legano a lui. Una estremizzazione della dissociazione affettiva è rappresentata dalla cosiddetta “Sindrome di Stoccolma”, termine coniato dallo psicologo svedese Nils Bejerot per definire l’insieme di manifestazioni comportamentali che si osservano nei soggetti vittime di abusi, spinti talvolta a provare legami affettivi e di attaccamento emotivo nei confronti dei loro persecutori. Nella Sindrome di Stoccolma la vittima crede in assoluta buona fede di nutrire sentimenti di affezione, ma l’eziologia di questi sentimenti affonda le radici nella patologia. Più genericamente, nella dissociazione affettiva scatta nella psiche della vittima un preciso meccanismo di difesa, descritto da Anna Freud, denominato identificazione con l’aggressore. Come dinamica psicologica questo meccanismo scatta per garantire la minor sofferenza possibile per chi subisce, risulta infatti molto più facile “accettare” una situazione che dovrebbe essere fonte di dolore se ci si convince inconsciamente di amare, o quantomeno di provare affetto, verso chi è causa di quel dolore. Affrancarsi da una psicodinamica così intensa è molto complesso, anche per i contesti culturali in cui si manifestano sovente queste problematiche. In culture nelle quali la donna ha, di fatto, la responsabilità di tenere insieme la famiglia anche a costo di essere picchiata tutti i giorni, è molto difficile abbattere il muro contro cui si sbatte la testa. La nostra cultura è falsamente emancipata in tal senso. Ricordo un caso con cui ebbi modo di confrontarmi direttamente qualche anno fa, riguardante una conoscente dei miei genitori. Questa donna viveva col marito e tre figli, due femmine ed un maschio gravemente handicappato. Questa donna veniva maltrattata sia dal marito che dalle due figlie perché “colpevole” di aver partorito il tanto atteso figlio maschio con gravi malformazioni. Feci una segnalazione al comando dei carabinieri competenti per territorio, che conoscevano la situazione ma non avevano avuto modo di intervenire perché nessuno aveva mai segnalato ufficialmente alcunché. La signora venne ascoltata e negò di aver mai subìto maltrattamenti, il caso venne chiuso. Tutti sapevano, ma siccome i panni sporchi si lavano in famiglia, la situazione non mutò, e l’epilogo avvenne dopo poco con la morte di questa donna. Probabilmente questa persona, come tante altre che vivono situazioni analoghe, non aveva più speranza e avrà davvero vissuto credendo di meritare ciò che subiva, continuando a voler bene alla sua famiglia. A volte anni ed anni di soprusi evolvono in quelle che, molto spesso in maniera superficiale, vengono definite “Tragedia della follia”. Uomini e donne che vivono vite di sacrificio, di soprusi e di sofferenza, improvvisamente “esplodono” ponendo fine al grande inganno. Per molti è meno doloroso credere di amare piuttosto che maturare la consapevolezza di avere tutti i diritti di odiare. 

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