Chi insegna a comunicare le emozioni? Chi si preoccupa della comunicazione?

scritto da Giovanna Rezzoagli

La voglia e, soprattutto, il bisogno primario di comunicare sono sempre più importanti nel nostro quotidiano. La televisione, il computer, ma anche il ritmo sempre più frenetico che cadenza le giornate, hanno reso i rapporti interpersonali più superficiali ed insoddisfacenti. Oggi ci si conosce su Internet, per trovare “l’anima gemella” ci si affida ad agenzie ad hoc, con un fatturato in netta crescita in barba alla crisi economica. Anche il business legato alla comunicazione è in continua crescita, al cellulare non riusciamo a rinunciare, anche se è fonte di ansia per molti. Le ragioni profonde che spiegano questo fenomeno sono molteplici. Innanzitutto parlare e condividere i propri pensieri aiuta a dimensionare le percezioni soggettive, tutti noi, che si voglia ammettere o meno, ne abbiamo bisogno. Tanto bisogno. Si impara sin da piccoli a distinguere se stessi confrontandosi con i coetanei, da adolescenti ci adeguiamo al comportamento degli amici e dei compagni per essere accettati, anche da adulti cerchiamo l’approvazione di chi ci circonda. Tutto questo attraverso la comunicazione. Non solo attraverso le parole, ma anche attraverso i nostri gesti, il modo di vestirsi, il tono della voce, le espressioni del viso. Comunichiamo sempre, anche quando non vogliamo. Il silenzio è una forma molto potente di comunicazione. Raramente però siamo consapevoli di questo fondamentale aspetto del nostro modo di comportarci. Comunichiamo molto spesso sotto la potente spinta delle emozioni. Ma noi conosciamo le nostre emozioni, quelle cui siamo più vulnerabili, i momenti in cui esse si intensificano anche in base a cambiamenti biologici? Domani inizia un nuovo anno scolastico, che tra polemiche e cambiamenti promette, o minaccia, di essere tra i più contestati degli ultimi tempi. Tanti a disquisire su didattica, tempo pieno , maestro unico, tagli alle spese. Si litiga, pardon si “dialoga”, sull’introduzione dell’insegnamento del dialetto o sull’opportunità del mantenere come curricolare l’ora di religione, ma nessuno si preoccupa di affrontare lo sviluppo emotivo dei bambini e dei ragazzi. A nessuno viene in mente di introdurre lo studio dell’emozionalità e dell’affettività umana, non solo per scopi teorici prettamente afferenti alla conoscenza, ma soprattutto per prevenire e/o correggere pericolose disinformazioni che rischiano di condizionare per la vita. Attenzione a non confondere emozionalità con sessualità. L’educazione sessuale viene effettivamente svolta nelle scuole, ma in genere come componente a sé della vita, e non come profondamente connessa ad altri temi di fondamentale importanza quali il rapporto tra maschio e femmina nella nostra cultura e le differenze con le altre culture, il vivere in gruppo, la prevenzione di abusi. Ma la comunicazione è, nella Scuola, il vettore dell’efficacia didattica nel trasmettere il sapere. Docenti della stessa disciplina, professionalmente “testati” ottengono finalità didattiche diverse, ingenerando giudizi non fondati sulla professionalità dell’uno o dell’altro. Quando ricoprì la carica di ministro della sanità, il professor Umberto Veronesi propose senza successo l’inserimento di uno psicologo all’interno degli Istituti Scolastici senza ottenere riscontro. Oggi all’estero nelle scuole operano molti counselor, con la finalità di espletare la professione dell’ascolto sia dei ragazzi che dei docenti, e ovviamente molti psicologi con la finalità di individuare e trattare le problematiche dei giovani. Anche l’Italia si dovrà adeguare, col tempo, perché l’emergenza del disagio giovanile è sempre più manifesta. Naturalmente dopo aver risolto la querelle di dialetti ed affini. 

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